Organo Giorgio Carli

l’Organo nella Liturgia
don Andrea Ronconi, parroco

“Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti”.
Con queste parole il Concilio Vaticano II, nel testo della Costituzione Sacrosantum Concilium, esprime il valore ed il significato dell’organo, nel contesto della riflessione sulla liturgia nella Chiesa.
Ritengo che le due sottolineature, per quanto essenziali, del testo conciliare, ci aiutino a disporci a celebrare il ventennale della realizzazione dell’organo a canne della nostra Chiesa parrocchiale. Anzitutto tale strumento “aggiunge notevole splendore alle cerimonie della Chiesa”. Se la liturgia, sempre come ricorda il Concilio, è “fonte e culmine di tutta la vita cristiana”, ben comprendiamo come la cura dell’azione liturgica, il decoro delle celebrazioni, la bellezza dell’accompagnamento musicale siano elementi imprescindibili, al fine di compiere devotamente l’opera di Dio. Non è quindi ricerca di uno splendore fine a se stesso, ovvero ostentazione esteriore di magnificenza effimera. È invece espressione di un cuore che sa aprirsi alla lode, sa elevare le proprie invocazioni, sa cantare la gioia di riconoscersi popolo amato dal Signore. Ed essendo noi cristiani una comunità credente, non soltanto singoli individui, l’accompagnamento musicale e quindi il canto corale del popolo di Dio diventano elementi unificanti, che fondono in armonia i le voci e le menti, facendo di molte persone un cuor solo e un’anima sola.
In secondo luogo l’organo a canne, più di altri strumenti, favorisce il dinamismo spirituale, “elevando potentemente gli animi a Dio ed alle cose celesti”. Esso esalta la verticalità, sottolinea la dimensione soprannaturale della fede cristiana, orienta il cuore e la mente del credente al cielo.
Piace ricordare, a conclusione, l’antica antifona, che celebrava la santità di Cecilia, patrona del canto sacro.
Da tale breve testo, possiamo comprendere l’importanza della musica, come elemento di elevazione spirituale e di lode al Creatore. “Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar”
(Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa). Insieme agli angeli ed ai santi, anche noi, fatti voce di tutto il creato, eleviamo oggi e per tutta la nostra vita la lode a Dio: eterna è la sua misericordia!

l’Organo: fasi preparatorie e realizzazione dello strumento 

Giorgio Carli                                                                                    settembre 2011

I miei primi contatti con l’organo di Marano sono alquanto datati. Risale infatti al 15 ottobre 1982 un sopralluogo voluto dal parroco don Espedito Albarello allo scopo di verificare le condizioni dell’organo, da decenni in disuso. Lo strumento era completamente nascosto alla vista (e, temo, all’udito), difficilmente raggiungibile in un vano appositamente ricavato dietro la tela posta sulla parete di fondo del presbiterio. Era lo strumento più eterogeneo che avessi mai visto: Italo Castagna nel 1947 aveva accostato al precedente organo Zanfretta (proveniente dalla vecchia chiesa), per altro depauperato di tutti i registri che non fossero il Ripieno, un secondo organo di fattura industriale e un Pedale di due fatture ed epoche visibilmente diverse; una manticeria costituita da un mantice a lanterna e da un precario mantice flottante, assieme ad una trasmissione meccanico-tubolare alquanto farraginosa, completavano il quadro. Non meraviglia la voce secondo cui quest’organo non aveva praticamente mai funzionato: rappresentava infatti la quintessenza della barbarie in cui una certa interpretazione della Riforma Ceciliana aveva gettato l’organo italiano. Presentata la relazione una quindicina di giorni più tardi, non ne seppi più nulla fino ai primi di febbraio 1988, mese in cui presentai un progetto organico di recupero dello strumento o meglio del suo materiale riutilizzabile al fine di costruire un nuovo organo in stile ottocentesco veneto, da collocarsi direttamente nel vaso dell’edificio e non più in Coro: tale decisione sollevò una accesa polemica, solo dopo qualche tempo superata. Nell’anno successivo, una serie di considerazioni per lo più di carattere acustico (la chiesa ha un tempo di riverberazione a vuoto di 6’’) assieme alla analisi qualitativa del materiale superstite, mi hanno convinto della dolorosa necessità di abbandonare lo stile italiano per uno stile più internazionale, partitamente tedesco. Nel giugno 1989 presento perciò un nuovo progetto per un organo ad un Manuale, di quattordici registri reali, che riutilizzi tutto e solo il materiale di Zanfretta, avendo destinato quello di Castagna ad un salvifico falò. L’opzione del manuale unico è dettata dall’entità della somma a disposizione (con conseguente necessità di scegliere fra quantità e qualità), e dalla indisponibilità (non sempre a torto) degli organisti professionisti a prestare regolare servizio liturgico. Il nuovo strumento si presenta racchiuso in una Cassa iperstatica in castagno massiccio (caso unico a quanto mi è dato sapere nella recente storia organaria per lo meno diocesana) con consolle e motivi ornamentali in noce; il tutto lucidato a mano ad encausto. Sia il disegno della Cassa che più evidentemente quello degli ornamenti fanno riferimento alla pianta della chiesa. Le due tavole dipinte a olio e raffiguranti Davide e S. Cecilia sono opera del pittore negrarese Gianfranco Ghidoli. La consolle è composta di una tastiera di cinquantotto tasti in ebano con cromatici listati in avorio; di una pedaliera in noce parallela e diritta di trenta tasti con cromatici placcati in ebano; di registri a pomello in olivo con cartellini in pelle. Dietro la tastiera è previsto un vano per un auspicabile piccolo Brüstwerk che risponda ad una seconda tastiera. La facciata è tutta in stagno ed affianca a quella di Zanfretta (diversamente disegnata) quattro canne nuove per lato; la canna maggiore suona Sol1 del Principale 8’, essendo le prime canne in abete ed interne. La parte alta della Cassa ospita il somiere del Manuale e quello del Pedale. Il primo, in noce con separatori in abete è di Zanfretta ed è stato restaurato, nonostante i gravi problemi dovuti a lunghe e impreviste spaccature sulla tavola, senza ricorrere ad alcun accorgimento “moderno”; il secondo, in castagno, è di nuova costruzione e conta di tre stecche. La parte bassa della Cassa è occupata dalle catenacciature (una in ferro per il Manuale e una in legno per il Pedale), dalle doppie leve in rovere per l’azionamento del Pedale, dalla meccanica in ferro dei registri, nonché dal mantice e dal ventilatore. La disposizione fonica è emersa analizzando le possibilità offerte dal somiere antico e la mole del materiale superstite e riutilizzabile, con un occhio attento alla necessità di ottenere comunque una gamma di timbri che, facilmente assolta la funzione liturgica dello strumento, ne permettesse il più largo e pertinente uso in letteratura. L’intonazione è stata oggetto di attente verifiche, molte essendo le necessità da contemperare: la coerenza stilistica del suono, la sua intellegibilità, il suo equilibrio e la sua interazione con l’ambiente. L’adozione di tecniche alquanto diverse dalla più pratica intonazione italiana, la necessità di amalgamare il nuovo e il vecchio materiale sonoro, il fatto che quest’ultimo fosse già intonato in uno stile solamente affine a quello ricercato, hanno reso questa fase assai interessante ma nel contempo alquanto faticosa. Il temperamento adottato, coerentemente con le scelte precedenti, è di tipo inequabile ed assai in uso nella zona culturale cui l’organo si ispira. Quest’organo, pur con i suoi limiti e compromessi, vuol essere un buon esempio di costruzione artigianale nel senso più alto del termine, un poco in polemica, per quel che può valere, con quanto si va costruendo oggi in Italia (con rare ma prestigiose eccezioni) con buona pace dell’Arte Organaria.


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