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Campel

La proprietà fondiaria nella valle di Marano

La proprietà fondiaria cittadina era presente sin dall’alto Medioevo nella valle di Marano: chiese cittadine, monasteri, famiglie laiche. La sostanziale tranquillità che caratterizza questo appartato territorio, non attraversato da vie di comunicazione importanti e raramente interessato da guerre, favorisce i progressi della proprietà dei veronesi nel basso Medioevo; progressi che sono però molto lenti.

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La genericità di queste affermazioni è purtroppo una scelta obbligata. Nell’esaminare questo fenomeno fondamentale (per la storia della Valpolicella non meno che per la storia della città di Verona), dobbiamo infatti affidarci a impressioni, a sensazioni. Nella documentazione veronese non esistono fonti di tipo catastale (come quelle senesi o fiorentine del Tre e Quattrocento) che ci permettano di misurare i fenomeni connessi alla proprietà e alla gestione della terra.

Tuttavia, è significativo che ancora nel Seicento – quando le fonti ci consentono di dare un quadro preciso della distribuzione del possesso fondiario – risulti chiaramente che, appena si sale di quota, la proprietà cittadina cala drasticamente. Essa (e con essa l’insediamento di villa) predomina, anche in età moderna, solo nel fondovalle.

Solo in modo lento e parziale, dunque, i proprietari cittadini imposero, nella collina veronese, quelle scelte che in altre regioni d’Italia si rivelano piuttosto diffuse sin dal Trecento: si allude al processo di ricomposizione fondiaria e alla modernizzazione dei contratti agrari, con l’introduzione di patti a breve scadenza di tipo mezzadrile.

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È possibile esemplificare questa lenta evoluzione con il caso del podere di Campello, presso Marano (1430 circa). Il proprietario, Pietro Salerni, appartiene a un ramo laterale di un’importante famiglia del patriziato, illustrata in quegli stessi anni dal famoso umanista Gian Nicola. Egli soggiorna a lungo a Marano: può pertanto stipulare con i suoi laboratores un contratto che ha sì una scadenza lunghissima (trent’anni!), ma che presenta anche caratteristiche spiccatamente mezzadrili. La quota padronale dei prodotti è infatti la metà per il vino e le olive, un terzo per i cereali e i legumi.

Particolare attenzione è rivolta alla vinificazione: i coltivatori devono «uvam bullire facere et torculare et demum reponere et colocare in vaselis et veietibus ipsorum locatorum, qui vaseli et veietes debent aptari per ipsos conductores».

Le vecchie fontane
Le vecchie fontane

Vent’anni più tardi (1450), il nuovo contratto stipulato da Nicola Salerni con Pietrobono del fu Michele da Marano per il podere di Campello ha sempre una durata piuttosto lunga (12 anni) e conserva alcune caratteristiche già viste. La novità, estremamente importante, sta nell’accuratezza delle clausole, tutte ora minutamente messe per iscritto.

Per esempio, il laborator deve consumare sul podere il letame e la paglia ivi prodotti, piantare le viti deficienti, ha l’obbligo di risiedere con tutta la famiglia e di fare tre carreggi a Verona. Si vanno definendo dunque quei rapporti di lavoro e quelle forme contrattuali – ma anche quelle consuetudini di familiarità e di condivisione di vita fra proprietari e lavorenti – che per molti aspetti caratterizzeranno la Valpolicella sino al Novecento.

[g.m.v.]

Vescovo mons. Amari

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