Grosio, a 4 km da Sondrio, a 656 metri sul livello del mare, è centro abitato della Valtellina, sulla destra del fiume Adda, in quella porzione cioè dell’alta Lombardia donde è attestata, per i secoli XV e XVI, una forte emigrazione di mano d’opera anche verso Verona e il Veneto. Tale corrente migratoria vide l’esodo da quella regione soprattutto di maestri muratori e lapicidi: da Adrara (Bergamo) come da Averarra (Bergamo), da Campione (Como) o da Caravaggio (Bergamo), da Chiavenna (Sondrio) o da Giarola (Sondrio), dalla Val d’Intelvi e da Laino (Como) come dalla Val Bragaglia e da Piuro (Sondrio), da Porlezza (Como), dalla Valsolda e da Puria (Como) come dalla Val Vestino (Brescia) o da Trezzo d’Adda (Milano). Non si contano le famiglie che approdarono in quei decenni a Verona; abili lavoratori della pietra, ma anche addetti ad altre attività: maestri muratori o carpentieri, conciatori di pelli o battitori di rame, sarti o radaroli.
Da Grosio a Verona
Da Grosio appunto emigrò a Verona, nei primi decenni del Cinquecento, anche un radarolo, un trasportatore via Adige dal Trentino ai magazzini e alle segherie di Sant’Eufemia e dell’Isolo, di grossi carichi di legname da opera: tronchi perlopiù d’abete e di larice (bore) tenuti insieme a modo di zattere (rates) che venivano qui segati per farne travi, travicelli, assoni e sottopelli, e quanto doveva servire all’edilizia del tempo.
Il termine radarolo, nel medioevo riservato ai trasportatori di legname, finì poi per indicare anche coloro che tale merce accoglievano nei loro magazzini di città, molti dei quali provvisti di segheria. Le seghe di San Tommaso, all’Isolo, lasciarono il loro ricordo anche nella toponomastica in quel vicolo che è l’interrato del canale detto appunto delle seghe, sul lato di piazza Isolo dietro via Santa Maria Rocca Maggiore.
L’Isolo di Verona
Fondaci di legname prosperavano all’Isolo da quando, al volgere del XII secolo, questo vasto isolotto determinato dall’Adige e dai suoi rami secondari fu bonificato e poi lottizzato, con le chiese di Santa Maria Rocca Maggiore e San Tommaso Cantuariense.
Il poeta Francesco Corna da Soncino, alla fine del Quattrocento, descrive così la vivacità commerciale del quartiere:
«Da la man drita l’acqua si disparte / in due canali, e fa l’Isolo grande…» «…Di verso sera è l’Isolo mazore, / dove che vien a terra le cepate / con mercantie de grande valore…»
Nell’Isolo venivano a terra zattere con mercanzia di grande valore che trovavano ricetto nei fondaci ai piani terreni delle abitazioni piantate direttamente nel greto dell’Adige.
L’Isolo aveva i suoi confini al ponte delle Navi, dove era la dogana per le merci provenienti da Venezia e dall’Adriatico.
Il fondatore del ramo veronese: Gregorio de Capetis
Il primo testamento di Gregorio, figlio di Giacomo Terabino de Capetis di Grosio, è dettato a Verona il 2 novembre 1554, nella contrada dell’Isolo di Sopra:
«Gregorius radarolus quondam ser Iacobi Terabini de Capetis de Gros Vallistelline abitator Verone, in contrata Insuli Superioris»
I testimoni sono quasi tutti artigiani dell’Isolo Inferiore: marangoni, fabbri, speziali, e anche un altro valtellinese, Pietro di Berardo.
Gregorio ha:
- una moglie (secondo matrimonio): Caterina Marchesini, anche lei di Grosio
- un fratello: Bartolomeo, rimasto in Valtellina
- due figli: Michele (erede) e Orsola, sposata con il pittore Angelo Sommariva
Nel 1557 un’anagrafe fiscale lo registra ancora vivo: Gregorio 60 anni, Caterina 56, Michele 28, Laura (moglie di Michele) 28, Costanza (nipote) 16.
Un secondo testamento è dettato il 9 febbraio 1559, sempre all’Isolo Superiore, alla presenza di radaroli della contrada. Gregorio vuole essere sepolto a San Tommaso e lascia legati a nipoti e parenti, confermando Michele come erede universale.
A Prognol di Marano
Nel 1583 Michele I, figlio di Gregorio, ha 54 anni. È probabilmente lui il primo dei de Capetis a investire nella terra, acquistando terreni a Prognol di Marano, sopra Valgatara.
Il Campion delle strade del 1589 ricorda una via che passa davanti alle sue terre.
Un estimo del 1628 conferma che Michele I aveva acquistato circa 30 campi tra il 1575 e il 1600.
La casa domenicale (Seicento)
Una polizza d’estimo del 1652 descrive la tenuta:
- 50 campi (42 arativi con vigne, 4 prativi, 4 pascolivi)
- una casa da patron e una casa da lavorente
- una casetta per il legname
- un terzo della decima di Marano
La casa padronale di Prognol — oggi Casa Borghetti — risale alla prima metà del Seicento.
Trasformazioni del Settecento
Tra 1750 e 1760 l’edificio viene sopraelevato per ricavare un grande granaio, forse usato anche per il baco da seta e per l’appassimento delle uve (antenato del Recioto). La loggia viene tamponata, alcuni archi del portico chiusi, ma si conservano:
- le volte a vela
- la saletta con soffitto a vele su peducci di tufo
- parti del pavimento in pietra della Lessinia
La vendita dei beni (1829–1830)
A causa delle difficoltà politiche e familiari (alcuni Capetti affiliati alla Carboneria), Giuseppe Capetti vende la proprietà nel 1830 a Luigi Ugolini di Marano.
L’atto descrive dettagliatamente:
- la casa domenicale
- la rusticale
- la corte e l’orto
- numerose pezze di terra: Pezza, Pezzetta, Scaiole, Pozzette, Campesel, Molonara, Pianor, Dosso
- un bosco con roccolo
- la Costa sopra il Vaio
L’acquisto dei Borghetti (1883)
Nel 1883 Paolo Borghetti e i fratelli acquistano la proprietà dagli eredi Ugolini. I Borghetti, originari di Purano, sviluppano l’azienda agricola e, nel Novecento, la trasformano in una moderna azienda vitivinicola.
Negli anni Ottanta del Novecento l’intero complesso viene restaurato, con interventi diretti dal geometra Renato Zardini.
