Nel Comune di Marano, in luogo appartato, appena sopra l’antico abitato di Purano e a questo collegato da brevissimo tratto di strada in forte salita (meglio sarebbe dire una mulattiera), sta la corte di Fornaledo, toponimo assai antico ma tuttora conservato nell’attuale intitolazione della strada in questione. La corte è assolutamente isolata dalla contrada di Purano che si può ammirare ai piedi da questo balcone panoramico dal quale, oltre la contrada, si gode di una splendida vista di tutta la vallata di Fumane e delle propaggini del monte Pastello, essendo appunto Purano, pur nel Comune di Marano, collocato sul versante orientale del bacino imbrifero della valle dei Progni, la più incisa e la più panoramicamente spettacolare delle tre vallate valpolicellesi.
Appena sotto la corte di Fornaledo, ma assai conurbata con le più o meno recenti espansioni della contrada di Purano, sta la porzione con tutta probabilità storicamente, artisticamente e architettonicamente più interessante di tale contrada; la parte cioè che è ancora indicata dagli abitanti come la Villa, toponimo che, se di origini medioevali, ricorderebbe appunto un agglomerato relativamente consistente di abitazioni, servite da una chiesa, quella di San Giorgio, nata poco discosta da questo nucleo primitivo e attorno alla quale si sono poi, nel tempo, venute addensando altre costruzioni.
Fornaledo: le prime attestazioni
Il toponimo Fornaledo, più precisamente Farnaledo (ma può essere un errore di trascrizione del documento originale che più non esiste e del quale possediamo soltanto una copia molto tarda) compare una prima volta in una carta del 1 aprile 908 con la quale Austroberto, abate di Santa Maria in Organo, concede al chierico Giovanni, che le aveva chieste, e a Giselberga, del castello di Verona, due colonicae in Valpolicella, oltre che una in Valpantena, e ciò fino alla loro morte, con l’obbligo di pagare due soldi per la festa di San Zeno dell’8 dicembre e, dopo la morte di Giovanni, di restituire una parte degli stessi beni al monastero, nonché di pagare a Giselberga il censo di due denari alla chiesa di Santa Maria Antica per l’enfiteusi dell’altra parte. La colonica di Fornaledo, aggiunge il documento, era retta in quel momento da Gisemberto, arimanno, cioè un uomo libero, vivente secondo la legge longobarda.
Per colonica si deve intendere una unità di conduzione agricola costituita da una o più case, dall’orto, dall’aia e da terre coltivate: una vera e propria azienda agricola con un colono conduttore residente, in grado di attendere ai lavori agricoli durante tutto l’anno.
Il primo Fornalè
Cinque secoli dopo, il toponimo riappare nel testamento del 1410 di Giovanni detto da Fornaledo, figlio del fu Pietro, dettato:
«in villa Marani vallis Pulicelle, in contrada Purani, in domo habitationis testatoris»
Il testamento è redatto sopra una panca, sotto il portico della sua casa, probabilmente dotata di portico e loggia. Giovanni chiede di essere sepolto nella chiesa di San Giorgio di Purano e dispone lasciti di pane, vino e prodotti agricoli ai poveri per dieci anni dopo la sua morte.
Alla moglie Savia lascia otto pecore, l’uso della camera da letto e una serie di derrate annuali (vino, frumento, segale, spelta, olio, legumi, carne di maiale). Nomina erede universale il nipote Domenico, figlio del defunto Nicolò.
Il testamento mostra un agricoltore benestante, proprietario di casa, con produzione di vino, olio, cereali, legumi e allevamento di bestiame.
Le proprietà di San Leonardo
Dopo un lungo silenzio documentario, Fornaledo ricompare nel 1440 in una permuta tra il monastero di San Leonardo in Monte Donico e il drappiere Matteo di Gregorio. Tra i beni ceduti dal monastero vi sono:
- «una pecia terre casaliva con casa murata, coperta di coppi e solarata, con corte e orto»
- un’altra «pecia terre casaliva con una muralea e corte davanti»
Nel 1469 gli stessi beni vengono concessi in locazione perpetua a membri della famiglia Fornaledo.
Un unico complesso di edifici
I documenti del 1469 mostrano che le due case con corte erano contigue e formavano un unico complesso, abitato dai Fornalè. Nel 1511 Bernardino del fu Nicolò Fornaledo detta testamento nella sua camera da letto, lasciando una delle case al figlio Bartolomeo.
La ristrutturazione del 1568
Verso la fine del Cinquecento la corte viene profondamente rinnovata. Una data incisa (1568) sulla chiave dell’arco del portale conferma l’intervento, coerente con lo stile rinascimentale veronese.
Dai Fornalè ai Borghetti
I registri parrocchiali mostrano che:
- i Fornalè abitano e vengono sepolti a Purano fino alla fine del Settecento
- i Borghetti, originari di Santa Minerva, compaiono a Purano solo dal 1825
Il Catasto austriaco del 1840 registra la casa n. 752 intestata a Fiorio Borghetti, confermando il passaggio di proprietà tra fine Settecento e inizio Ottocento.
