💧 La fontana: il cuore antico della Valpolicella e di Marano
Fino a pochi decenni fa, il vero centro sociale di una contrada non era la piazza, ma la fontana. Qui si intrecciavano gesti quotidiani e vita comunitaria: le donne vi trascorrevano ore per la lissia primaverile o per il bucato, gli uomini arrivavano con gli animali da abbeverare o per preparare il verderame per le viti.
Le fontane erano strutture ingegnose: un getto d’acqua potabile e una serie di vasche in pietra, con piani inclinati per lavare i panni, disposte in sequenza per sfruttare ogni goccia.
In una terra come la Valpolicella, ricca di sorgenti piccole ma diffuse, servivano opere di presa precise e fontane costruite per non disperdere la risorsa. Le vasche seguivano un ordine funzionale:
- acqua potabile dal beccuccio,
- abbeverata per gli animali,
- risciacquo del bucato,
- lavaggio dei panni più sporchi, spesso quelli dei bambini.
Con l’arrivo delle condotte e dei primi acquedotti, la parte “alimentare” venne separata dalle vasche da bucato, che in alcuni casi furono spostate lungo i corsi d’acqua.
🏞️ Marano di Valpolicella: una valle modellata dall’acqua
Marano di Valpolicella, situata tra le vallate di Negrar e Fumane, è un territorio in cui l’acqua ha sempre avuto un ruolo centrale, non solo nella vita quotidiana ma anche nella storia più antica. Le sue contrade – Pezza, San Rocco, Valgatara – sono nate attorno a sorgenti e percorsi d’acqua che hanno determinato insediamenti, coltivazioni e attività artigianali.
La presenza di numerose fontane e lavatoi è parte integrante dell’identità maranese, tanto che nel Settecento l’intera vallata venne censita e mappata in ogni fonte e condotta, a testimonianza dell’importanza vitale di questa risorsa.
🌄 Un territorio abitato fin dalla preistoria
Le ricerche archeologiche mostrano che Marano era abitata già nell’età del Rame e del Bronzo. Sul Monte Castelon, grazie alla posizione dominante, sorse un castelliere e poi un santuario dedicato a Minerva, alimentato da una piccola sorgente canalizzata: un dettaglio che conferma quanto l’acqua fosse considerata sacra e strategica.
🏛️ Fontane come architetture comunitarie
Le fontane della Valpolicella – e di Marano in particolare – non erano semplici punti d’acqua, ma opere architettoniche spesso imponenti, talvolta coperte (come a Pedemonte, Iago, Gorgusello, Breonio di sopra, San Giorgio, Fane) o arricchite da dettagli estetici (Cavalo, Pezza, Breonio di sotto, Sengia Rossa).
Le date scolpite nella pietra raccontano secoli di manutenzioni, ampliamenti, ricostruzioni: segni di una comunità che riconosceva alla fontana un valore essenziale.
📜 Documenti, mappe e contese d’acqua
Dal Cinquecento in poi abbiamo una ricca documentazione su sorgenti, mulini, condotte e fontane. L’acqua era una risorsa preziosa e contesa: la Repubblica Veneta richiedeva mappe dettagliate per ogni nuova derivazione, per garantire l’uso pubblico e sfruttare anche le vene più piccole.
Grazie a queste carte possediamo vere “fotografie” di secoli fa: panoramiche di Fumane e Arbizzano del ’500, la veduta di Pedemonte del 1591, mappe di Negrar del 1620 e di Gargagnago del ’700, oltre a numerosi rilievi dedicati proprio alla zona tra San Vito, Santa Maria e Marano.
🏘️ Dalle comunità alle amministrazioni moderne
Nei secoli più recenti la gestione delle fontane è passata ai Comuni, che ne hanno aumentato il numero e migliorato l’approvvigionamento.
A Marano e nelle sue frazioni – come Valgatara, famosa per la rete delle sette fontane – l’acqua è rimasta un elemento identitario. In alcuni casi, come a Gnirega, i serbatoi erano progettati con uscite a livelli diversi per stabilire un ordine di priorità nell’uso dell’acqua: un esempio di ingegnosità rurale che racconta la cura con cui veniva gestita questa risorsa.