Capitelli

Per chi gira per le strade della Valpolicella, c’è una presenza silenziosa, discreta, ma nobile, che da muri o sugli incroci ricorda, anche ai distratti, l’antica sacralità della strada, del camminare, del viaggiare.

Qualcuno duemila anni fa mandò i discepoli per strada: andarono, predicarono, tornarono. Alcuni rimasero sulla strada, sulle nostre strade, a predicare parole e frasi che non riusciamo, oggi, sempre a capire, ma forse non abbiamo mai provato ad ascoltarli.

Sono i santi di strada, delle strade risparmiate dalla furia del traffico, delle strade di campagna che vanno in cerca di vecchie contrade ormai disabitate.

Santi arrampicati in un’edicola su muri di pietra, esposti all’incuria dell’uomo, all’ingiuria del tempo, all’invadenza della polvere.

Eppure tutti mostrano ancora tracce di una pietà contadina mai morta, la stessa pietà che li ha posti a guardia dei campi, degli uomini e delle bestie.

Si tratta di croci di pietra, di legno, rese vive dalla presenza degli strumenti del martirio, oppure cappelline affrescate con gli stessi misteri del rosario che popolavano le pareti delle poche e lontane chiese di campagne.

Si tratta di edicole con le immagini di santi taumaturghi impegnati di continuo ad intervenire contro la grandine, i fulmini, le malattie, le disgrazie della povera gente.

Ora molti affreschi sono slavati, molte edicole sono vuote, molti santi hanno preso il volo e sono stati sostituiti da povere statue di plastica a scoraggiare la vile ingordigia dei vandali.

Oppure sono difese da fitte grate di ferro che sembrano segnare il confine tra noi e l’aldilà.

Nessuno sembra più badare ai santi di strada; ma allora chi avrà messo qui un vaso di fiori di stagione, là un mazzo di fiori di plastica, più avanti un grappolo d’uva in grembo alla Madonna, o ancora un paio di pagnotte o una bottiglia di vino?

Forse i santi di strada si guardano e si parlano dai loro crocicchi, come un tempo, e la gente lo sa e ogni casa, ogni famiglia si prende a carico il suo santo per ricompensarlo di quando egli aveva sulle spalle tutto un territorio, tutta una stagione.

San Rocco, per esempio, armato solo di bastone, cane e fiasca, doveva occuparsi delle frequenti pestilenze, mostrando al passante la sua convincente piaga sulla coscia.

San Vincenzo Ferreri invece, con le braccia inutilmente alzate, e ora ahimè spesso monche, dalle colline doveva vegliare sui campi e preservarli dai fulmini e dalla grandine: compito arduo, di risultato sempre incerto, se nel momento critico, quello del temporale estivo che vien dal lago, le madri di famiglia si precipitavano nella corte a roteare rami d’ulivo o uno scaldino pieno di brace e intanto, in perfetta sincronia, qualcuno suonava le campane a martello.

Le croci

Ma tutto questo non bastava, la vita era talmente dura che si doveva per forza ricorrere più in alto: ed ecco le strade costellate di croci di pietra a larghe braccia e, durante le rogazioni, ogni slargo, ogni incrocio ospitava un capitello provvisorio, un altarino, addobbato con la sua bella tovaglia bianca e un vaso di fiori, con al centro il quadro del Sacro Cuore e a lato, malamente celato, un paniere pieno d’uova. Sempre in primavera delle piccole croci di rametti d’ulivo venivano sistemate in capo al filare, o dove sembrava ci fosse più bisogno.

Grazie a queste croci, ai misteri dolorosi effigiati su ogni muro, alle stazioni della Via Crucis, crudamente presenti nelle chiese e nell’immaginario contadino, l’epopea della Crocifissione abbracciava ogni angolo del territorio e, appena la maestria e l’ispirazione dell’artista lo permettevano, spuntavano dalla rozza pietra tutti gli strumenti della Passione.

Altre croci, spesso piantate su massicci piedistalli di pietra, un tempo forse contrappesi o basi di torchi da uva, campeggiano sugli incroci scampati alle ricorrenti ondate di asfalto, a segnare i percorsi perduti, i passi misurati di una gente che aveva necessità e tempo di ritrovare lì il verso del proprio mondo.

I capitelli della Madonna

Un’altra epopea sacra percorre tutto il mondo contadino: è quella della Madonna. Anche qui accanto alle Madonne slavate dal tempo, dall’umidità, dalla polvere, fino a perdere la carica di umanità e di sofferenza loro affidata da ignoti pittori di passaggio, troviamo statuette di serie similplastica, modello santuario famoso e di moda, ma forse segnate da identica passione e devozione.

Sotto questa prospettiva non sono neanche da trascurare i radicali restauri che hanno irreparabilmente cosparso vetroresina, graffiati e cementi e che testimoniano l’ansia di modernità, o forse di eternità, dei fedeli d’oggi e insieme rivelano che non sempre l’originalità riesce a sfociare nell’arte.

Difficile proporre un itinerario: ogni capitello assume un significato a sé in stretta connessione con quanto lo circonda e con la microstoria della comunità che lo ospita. Ecco allora i capitelli sorti in prossimità delle fontane o dei ponti, quelli che ricordano una disgrazia quasi mancata, quelli nobilitati dalla visita e dalle indulgenze di qualche prelato, quelli carichi di anni o secoli, quelli visitati dai vandali: ognuno merita almeno un’occhiata e qualche riflessione.


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